

L’idea alla base di Mouse: P.I. For Hire sembra nata durante una chiacchierata notturna tra amici davanti a troppi bicchieri di alcol, dove l'idea che viene fuori è la seguente: immaginate un incontro improbabile tra Walt Disney e Quentin Tarantino. La vera sorpresa, però, non è il concept in sé, bensì la coerenza con cui viene portato sullo schermo. Ogni elemento appare studiato con attenzione, tra citazioni ai cartoni classici, richiami ai romanzi hard-boiled e omaggi ai grandi sparatutto come Doom e Duke Nukem 3D.
Partiamo dall’aspetto più evidente: il bianco e nero, sporco e affascinante, che ci catapulta immediatamente in un’altra epoca. Lo stile “rubber hose”, con arti elastici che si piegano come gomma e fondali che sembrano dipinti nei vecchi studi d’animazione di Burbank, costruisce un’atmosfera davvero inconfondibile. L’immagine è granulosa, volutamente imperfetta, e proprio per questo efficace. Il gioco ricrea il tono dei primissimi classici animati, in particolare quelli dei Fleischer Studios: giocoso, surreale, leggermente folle. Ci aspettiamo quasi che Betty Boop compaia all’improvviso sullo sfondo con il suo celebre sorriso. Le animazioni disegnate a mano sono straordinariamente fluide e curate. Quando i nemici fanno una brutta fine, assistiamo a gag slapstick grottesche e sanguinolente che ci strappano un sorriso colpevole. Fontane di sangue e teste che esplodono mal si sposano con l’estetica dei cartoni d’epoca, ma è proprio questo contrasto a rendere Mouse: P.I. For Hire così irresistibile.
Sul fronte gameplay, ci troviamo davanti a un vero omaggio agli FPS degli anni ’90. Restare fermi non è mai un’opzione: scivoliamo, saltiamo e corriamo senza sosta, impugnando un arsenale tanto assurdo quanto devastante. Oltre a pistole e shotgun più tradizionali, troviamo armi folli come il Devarnisher, capace non solo di eliminare i nemici, ma di scioglierne letteralmente la pelle. Proseguendo nell’avventura potenziamo l’equipaggiamento recuperando progetti sparsi nei livelli, mentre Pepper Jack apprende nuove abilità come il doppio salto o l’uso del rampino. Soluzioni pensate per mantenere alto il ritmo e dare costante varietà alle sparatorie. Ci sono anche sezioni investigative, che però risultano più decorative che realmente profonde. Nell’ufficio centrale torniamo regolarmente per collegare indizi e prove su una lavagna, ma il sistema non richiede alcun vero ragionamento: basta cliccare qua e là. Un’idea potenzialmente brillante che finisce per trasformarsi in semplice intermezzo tra una sparatoria e l’altra. L’hub ospita anche personaggi secondari, NPC con cui dialogare e un negozio dove acquistare potenziamenti e oggetti utili. Per il resto, la struttura è lineare e immediata: si entra in un’area, si abbattono i nemici, si apre il passaggio successivo e si ricomincia.
A volte, però, non basta svuotare il caricatore. Alcune porte richiedono chiavi, muri da far saltare con la dinamite o serrature da scassinare. Proprio quest’ultima meccanica sorprende positivamente: dobbiamo guidare un filo [presumibilmente la coda N.d.R.] all’interno del cilindro, sollevando i perni corretti senza incastrarci nel percorso sbagliato. Un minigioco semplice, ma piacevole. Fumi Games ha compreso perfettamente un principio fondamentale del genere: le armi devono avere personalità. Il feeling degli spari è appagante, il feedback dei colpi convincente e gli effetti sonori secchi e precisi. Possiamo perfino regolare il mix audio, scegliendo tra un suono moderno e pulito o una resa nostalgica in stile radio AM. La colonna sonora swing e jazz accompagna perfettamente l’azione, esaltando il tono noir dell’intera esperienza. Anche i filtri grafici meritano una menzione: grana cinematografica, graffi da pellicola e imperfezioni visive aggiungono ulteriore carattere a un comparto artistico già fortissimo.
Dal punto di vista tecnico, Mouse: P.I. For Hire si comporta molto bene. Su PC, PlayStation 5 e Xbox Series X raggiunge i 120 FPS, mentre Nintendo Switch 2 si assesta sui 60 FPS e Steam Deck intorno ai 40 FPS. Prestazioni solide che valorizzano un gameplay rapido e reattivo. L’unico dubbio che ci è rimasto riguarda proprio il bianco e nero. È il tratto distintivo del gioco, ma sul lungo periodo può affaticare la vista. Una futura modalità a colori potrebbe offrire un’alternativa interessante senza snaturarne l’identità. I livelli, comunque, sono splendidi e sorprendentemente vari: ci facciamo strada tra le fiamme di un teatro dell’opera, esploriamo castelli infestati e attraversiamo laboratori futuristici. Non mancano percorsi segreti che ricompensano con denaro, collezionabili e progetti preziosi. Anche le boss fight spiccano per fantasia visiva e meccanica. Meno riuscita la varietà dei nemici comuni, che tendono a ripetersi troppo spesso nel corso dell’avventura. È probabilmente il limite più evidente di un gioco altrimenti ricco di personalità.
Mouse: P.I. For Hire conquista soprattutto grazie alla sua identità. Non punta a stupire con la pura ambizione tecnica, ma con stile, atmosfera e una scrittura noir sorprendentemente matura. Il gunplay solido sostiene tutto l’impianto senza oscurare il fascino dell’ambientazione, mentre la presenza di Troy Baker dona ulteriore carisma al protagonista. Il risultato finale è un piccolo cult moderno, perfetto per chi ama detective consumati dal proprio passato, jazz notturno e sparatutto con un’anima davvero unica.
Il codice ci è stato fornito dal distributore per PC.

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