Bushidō: il codice dei samurai e Ghost of Tsushima

Pubblicato il 1 Aprile 2020 alle ore 10:00
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di Silvia Begotto
@Linda White

Ciao a tutti, amici della Tribù, e ben ritrovati in questo speciale! Si tratta del primo di una serie di approfondimenti sulla cultura giapponese che ci accompagneranno pian piano fino all’uscita di Ghost of Tsushima, prevista per il 26 giugno di quest’anno.

LA VIA DEL GUERRIERO

In questo articolo vedremo cosa si intende per bushidō, un caposaldo nella vita dei samurai e delle loro famiglie, che sicuramente molti di voi conosceranno o avranno per lo meno già sentito.
Il termine bushidō 武士道 significa letteralmente “via del guerriero”, il codice d’onore dei samurai.  道 sta a significare “via, strada”, quindi un percorso in senso metaforico, un cammino e una condotta di vita; bushi 武士 invece sta per “guerriero”, intendendo il guerriero giapponese del periodo feudale, cioè il samurai (letteralmente la parola samurai 侍 significa “colui che serve”). I samurai costituivano una casta di uomini colti al servizio dei daimyō, i feudatari locali, e dello shōgun. Essi praticavano le arti marziali ed erano addestrati all’uso di varie armi (l’arco asimmetrico, la katana, la lancia, ecc…) fin da piccoli, ma non solo: i guerrieri praticavano anche lo zen, la cerimonia del tè, l’arte della disposizione dei fiori e della scrittura e tutte queste discipline erano permeate dai valori del Buddhismo e del Confucianesimo, che andarono a costituire le fondamenta del codice di condotto dei samurai.
Infatti, il bushidō si fonda su sette principi cardine che ogni bushi doveva rispettare, in ogni ambito della vita. Essi vennero per la prima volta raccolti e scritti nella famosa opera Hagakure, “All’ombra delle foglie” o “Nascosto tra le foglie”, di Yamamoto Tsunetomo, incentrata sulla condotta e sul codice dei guerrieri.

I SETTE PRINCIPI

Il primo è GI 義 (si pronuncia “ghi”), ovvero “onestà e lealtà”: un samurai non deve avere dubbi su ciò che considera giustizia e onestà e deve essere leale nei confronti degli altri.
Il secondo principio è  勇 , ossia “valore, eroismo”: il guerriero deve possedere un coraggio eroico per affrontare rischi e pericoli, così da vivere appieno la vita.
Segue il terzoJIN 仁 , cioè “affetto, compassione”: la forza e il potere che un samurai acquisisce con l’addestramento deve essere utilizzato per il bene comune, per aiutare il prossimo e i più deboli, come donne e bambini.
La quarta virtù di un guerriero è REI 礼 , ovvero “gentilezza, cortesia”: questa è la norma più importante della vita sociale secondo il Confucianesimo e un samurai non ha bisogno di dimostrare la propria forza se non è necessario, perché esso viene rispettato non solo per la bravura nel combattimento, ma anche per come si relaziona con gli altri uomini.
Il quinto principio è MAKOTO  o SHIN 信 , la “verità, sincerità”: è la completa trasparenza tra l’intenzione dell’azione e il compimento della stessa, perché un guerriero non usa sotterfugi e non ha bisogno di dare la sua parola.
La sesta virtù è MEIYO 名誉 , “onore”: l’onore rappresenta i più alti valori di una persona ai quali si tiene fede fino alla morte, perché le azioni sono il riflesso di ciò che siamo in realtà.
Infine abbiamo CHŪGI 忠義 , ossia “fedeltà e devozione”: un samurai è fermamente leale alle persone di cui si prende cura e di cui è responsabile, assumendo piena responsabilità delle proprie azioni e delle conseguenze.

Se per qualche motivo un samurai veniva meno a una delle virtù richieste, aveva un solo modo per porre rimedio e recuperare il suo onore: compiere seppuku, il suicidio rituale. Il seppuku veniva eseguito con un rituale codificato, per sfuggire a una morte disonorevole o per espiare una colpa: in periodo Edo (1603-1868) esso raggiunse i massimi livelli di ritualizzazione e divenne il modo per giustiziare con onore un appartenente alla casta dei samurai. Durante il seppuku il suicida si praticava un taglio da sinistra a destra e poi verso l’alto con il tantō, il pugnale, mentre un fidato compagno, chiamato kaishaku, doveva decapitarlo non appena eseguito il taglio all’addome.
I principi del bushidō si estendevano anche ai membri della famiglia di un bushi e anche per le donne era previsto un suicidio per gli stessi motivi, chiamato jigai, con la differenza che il taglio veniva eseguito alla gola.

Insomma, il bushidō è stato per la casta dei guerrieri la regola di vita, di condotta morale e d’azione per tutto il periodo in cui essi hanno goduto di influenza e privilegi speciali. Dopo la Restaurazione Meiji (1866-1869) il loro ruolo cambiò e sostanzialmente la loro ragion d’essere divenne quella di proteggere e servire l’imperatore, gettando le basi del nazionalismo giapponese.

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