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Animals, il film di Ben Affleck, è disponibile da ora su Netflix!

Pubblicato il 9 Ottobre 2026 alle ore 10:41
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Netflix ha annunciato che è finalmente disponibile Animals, il nuovo film diretto e interpretato da Ben Affleck. Si tratta di un thriller nel quale, dopo il rapimento del figlio, un candidato a sindaco di Los Angeles e la moglie restano coinvolti in una rete di inganni.
Mentre cercano disperatamente di racimolare il riscatto, sono costretti a fare scelte e rivelare segreti che rischiano di distruggere la loro vita.

Il film vede protagonisti anche Kerry Washington, Gillian Anderson, Adriana Paz, Ray Fisher, Christopher Woodley, Matt Gerald, Jacob Estrada, con Luis Gerardo Méndez e Steven Yeun.
Potete vedere il film solamente su Netflix, alla pagina dedicata, raggiungibile cliccando QUI.

Ben Affleck ha anche rilasciato un'intervista che vi riportiamo di seguito:

Giornalista (G): Cosa ti ha colpito inizialmente nella sceneggiatura e perché hai deciso di occuparti della regia?
Ben Affleck (B.A.): Ciò che mi ha veramente persuaso è stata la domanda centrale: "Chi siamo veramente, chi siamo quando cadono le maschere che indossiamo?". In fondo, questa storia si chiede se le persone abbiano davvero un senso morale, oppure se cerchino di fare ciò che è nel proprio interesse per poi costruirsi una narrazione che corrisponda al senso morale che vogliono far intendere agli altri di avere… o una combinazione di questi due aspetti. Al centro c'è un thriller profondamente carico di tensione, che crea aspettative su cosa succederà. La sfida era riuscire a tenere alta l'attenzione del pubblico e introdurre al contempo questi temi legati alla moralità e in particolare a quanto il compromesso morale sia insidioso. Non c'è un classico eroe protagonista nel vero senso del termine e le opinioni degli spettatori su ogni personaggio cambiano. Ho voluto che il pubblico fosse coinvolto nella trama e allo stesso modo nelle rivelazioni su queste persone.

G: Come hai collaborato alla sceneggiatura per dare forma a ciò che era stato già scritto?
B.A.: Mi è capitato sia di scrivere in collaborazione partendo da zero, sia di prendere ciò che altri avevano scritto, individuare la parte che mi emozionava di più e poi sviluppare ulteriormente quella direzione. È quello che ho fatto in questo caso. Ho cercato di esplorare, da solo, ciò che trovavo avvincente e di sovrapporlo e integrarlo con ciò che gli sceneggiatori precedenti avevano già scritto. Si è arrivati a un punto interessante per cui ora, quando guardo il film, non ricordo nemmeno più cosa facesse parte della sceneggiatura originale che mi era stata consegnata e cosa no, perché il tutto si è integrato profondamente. Effettivamente provo qualcosa di simile quando lavoro fianco a fianco con qualcuno: col tempo, tutto si fonde in un’unica opera che si percepisce semplicemente come "il film".

G: Perché la storia doveva svolgersi a Los Angeles e quale immagine della città hai voluto rappresentare?
B.A.: Da un lato doveva essere una storia universale, nel senso che non dovrebbe essere necessario conoscere Los Angeles per capire il film, ma dall'altro dovevano essere presenti specifiche peculiarità del luogo. Mi sono reso conto di aver vissuto a Los Angeles tanto quanto a Boston, o anche di più, e che agli inizi mi concentravo su film legati a Boston. Ho scoperto di avere una visione di Los Angeles abbastanza personale, che prende in considerazione le contraddizioni e le sfumature di questa città. Volevo che il pubblico potesse sentire che questa è la vera Los Angeles odierna. Non è la versione turistica, né una versione cupa e artificiosa. Per me la città è come un mosaico: se ti trovi su una tessera, ti sembra quella tessera, ma subito accanto trovi qualcosa di totalmente diverso dal punto vista socioeconomico, etnico, culturale e linguistico. Poiché ci sono tante persone che parlano spagnolo, forse anche di più rispetto a quelle che parlano inglese, ho voluto includere questo aspetto e lasciare che il film in alcune parti si svolgesse semplicemente in spagnolo, perché questo è ciò che accade davvero a Los Angeles.

G: Cosa ti ha spinto a usare così tanti dialoghi in spagnolo, in particolare per Mark, il
personaggio che interpreti?

B.A.: Ho voluto la lingua spagnola perché è un aspetto vero di Los Angeles, ma anche perché la dice lunga su Mark: è un tipo convinto che, solo perché ha imparato a parlare spagnolo, evidentemente a scuola o magari durante un semestre all’estero, questo costituisca un punto di forza nel suo 'curriculum del politico perfetto'. Ha fatto tante cose diverse, ognuna per poco tempo ma abbastanza da poterle inserire nel CV o sfruttarle a livello politico. Che questo possa renderlo autentico, che le persone di lingua spagnola debbano identificarsi con lui, o che lui abbia un’effettiva affinità profonda con la cultura latina è fonte di grande ironia. Ho trovato interessante che lo spagnolo sia usato in modo diverso all'inizio rispetto alla fine e
anche che la storia segua improvvisamente personaggi che non ci si aspetterebbe, specialmente in una narrazione nordamericana in lingua inglese. Con il suo pubblico globale e di lingua spagnola, Netflix è sembrata la scelta perfetta. Ho sempre ammirato come in una serie come Narcos i personaggi parlino in inglese o in spagnolo a seconda della situazione. È semplicemente più autentico.

G: Cosa cercavi nel cast e in che modo hai coinvolto gli attori nella realizzazione del film?
B.A.: Innanzitutto, cerco attori che ritengo straordinari e che ammiro, con cui desidero lavorare, che siano ottimi collaboratori e persone che rispetto. Tutti i membri di questo cast rispondono a questi criteri. Ho lavorato con Steven Yeun e lo conoscevo. Conoscevo il lavoro di Gillian [Anderson] ed è stata la mia prima scelta, è un'attrice fenomenale. Avevo conosciuto Kerry [Washington] in occasione di eventi frequentati dai politici di Los Angeles, e mi aveva affascinato la disinvoltura con cui si muoveva in quegli ambienti. Sono fermamente convinto che il pubblico nutra aspettative su di me, Kerry, Steven e su tutti, e che si debba sfruttare questo aspetto per poi allontanarsene in modo da raccontare la propria storia. Quando io e Matt [Damon] abbiamo visto Luis [Gerardo Méndez] in Narcos, abbiamo pensato che fosse fantastico. Così l'ho persino chiamato per chiedergli: "Di quale attrice messicana ho bisogno per questo film?", e lui ha subito risposto: "Adriana Paz". Lei ha mandato un provino, mi ha lasciato a bocca aperta e l'ho scritturata.

G: Hai trattato la casa quasi come un personaggio. Come l'hai trovata e come l'hai adattata alla storia?
B.A.: Si tratta di un'abitazione, non di un set, e questo era importante. Una parte consistente del film si svolge al suo interno e la casa deve raccontare chi sono le persone. È molto costosa, ma arredata in modo da sembrare modesta, pur rimanendo piuttosto elegante.
Incarna la contraddizione che ho notato in certe comunità benestanti nel Westside: il desiderio smisurato di perseguire uno status sociale e il denaro, ma anche quello di dissimularli, dimostrando di avere un 'buon gusto' che non sia pacchiano, anche se costa praticamente altrettanto. Questa contraddizione rappresenta bene il film. Ho fatto arrivare a chi si è occupato della scenografia un'indicazione molto precisa: è stato proprio il personaggio di Kerry a progettare questa casa. Una volta compreso chi fosse il personaggio, volevo che fosse lei a prendere le decisioni relative all'arredamento. Questo tipo di istruzioni è entusiasmante per gli attori, li fa sentire coinvolti nel processo. Inoltre, disporre di una location vera e permanente è stato fonte di ispirazione, oltre che una scelta efficiente.

G: Perché la scena clou nel fiume Los Angeles e quella dell'attraversamento della città sono
così importanti a livello visivo e tematico?

B.A.: Ho voluto mostrare l'intera città, non solo Hollywood e i quartieri ricchi che la gente tende a mettere in primo piano, ma anche altri aspetti più discordanti. Il viaggio finale, dalla casa nel Westside attraverso il Mid‐Wilshire, Koreatown, il centro, Skid Row, e poi verso il fiume Los Angeles, racconta una storia proprio attraverso il mutare del paesaggio. Ci sono comunità benestanti a fianco di aree industriali in buona parte deserte. Questo contrasto è reale. Ho voluto rappresentarlo senza secondi fini espliciti, ma solo per mostrare cosa succede in questa città.
Dal punto di vista dell’ambientazione, il film è molto contenuto, per poi aprirsi in questo spazio vasto, quasi desolato. Il fiume Los Angeles stesso è un elemento emblematico e singolare, un fiume quasi sempre in secca, che attraversa la città ma è invisibile dalle autostrade. Mi è sembrata la scelta giusta dal punto di vista simbolico e ho voluto lanciare un messaggio semplicemente con la sua presenza, senza diventare didascalico né dare l'impressione di voler dare una lezione al pubblico.

G: Come hai concepito i ruoli di Mark e Ramon (Méndez) nella storia e cosa scopre veramente
Mark di sé e del proprio matrimonio?

B.A.: Ero interessato a questa idea di uno scambio a livello strutturale, come in Air - La storia del grande salto, dove pensi che il personaggio di Matt Damon sia il protagonista, ma in realtà è Deloris Jordan [interpretata da Viola Davis]. Qui succede qualcosa di simile con Mark e Ramon. Il mio obiettivo è uscire dagli stereotipi che rendono le storie prevedibili, mantenendo però un approccio onesto, senza ricorrere a espedienti ingannevoli. Mark è un personaggio che in realtà non conosce se stesso: sa chi vuole essere e sa chi pensa di essere. Prova a essere quella persona, così da farsi rispettare e amare dalla moglie, vivendo nell'ombra del padre mentre si candida per diventare sindaco e ottenere l'approvazione della città.
Allo stesso tempo, questo film parla di matrimonio e delle implicazioni di legarsi a qualcuno, degli scambi e dei compromessi. I due non si conoscono veramente fino alla fine, e solo allora decidono se rimanere sposati, dopo aver scoperto nuove sfaccettature della verità.
Si rendono conto che il figlio e l'armonia tra le loro vite valgono di più dell'immagine e, a mio avviso, avranno probabilmente un matrimonio migliore e più onesto dopo la fine del film.

G: Volevi trasmettere un messaggio chiaro riguardo al destino di Mark o lasciare spazio
all'interpretazione?

B.A.: Ho le mie idee su come va a finire Mark, ma non volevo proiettarle nel film come l'interpretazione 'corretta'. Ho sperato che dal punto di vista squisitamente cinematografico la chiusura fosse soddisfacente e interessante, che rispettasse le aspettative a livello di pathos e di risultato di quando giri un film e ti chiedi se vale qualcosa, ma che allo stesso tempo ci fosse abbastanza spazio per le opinioni delle persone. Trovo ironico che alcune persone prendano certe cose alla lettera dicendo: "No, le cose stanno in questo modo". E va bene così. Non abbiamo tutti la stessa opinione su cosa avviene negli Stati Uniti o nel mondo, ma penso che possiamo riconoscere alcune verità fondamentali sugli esseri umani. Questo è proprio l'equilibrio che sto cercando di ottenere nel film: una soddisfazione emotiva e narrativa senza imporre alcun giudizio finale sui personaggi.

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