

Quando parliamo di stealth fantasy, negli ultimi anni, il nome di Styx: Blades of Greed merita senza dubbio attenzione. Terzo capitolo dedicato al goblin più sboccato, cinico e irresistibilmente avido del panorama videoludico, questo episodio rappresenta l’esperienza più ambiziosa e strutturata dell’intero franchise, attivo ormai da quasi un decennio. Non definiremmo Styx un eroe, né tantomeno un classico antieroe: è semplicemente un goblin fedele alla propria natura, ossessionato dal Quarzo, amante delle ombre e allergico [come da tradizione N.d.R.] a nani, elfi e praticamente chiunque incroci la sua strada.
È importante chiarire subito un punto: chi si aspetta un action RPG tradizionale rischia di fraintendere completamente l’esperienza. Sebbene Styx possa eliminare i nemici, il cuore pulsante del gameplay resta la furtività pura. Il nostro protagonista non è un tank corazzato, non brandisce arsenali esagerati e non può permettersi scontri prolungati. Ogni volta che torniamo nei suoi panni dobbiamo reimparare la stessa lezione: in Styx, il miglior combattimento è quello che evitiamo. I nemici, dal canto loro, non sono semplici pedine. Sono attenti, dotati di ottimo udito, vista acuta e sorprendente perseveranza. Se veniamo scoperti, non si limitano a una rapida ispezione: ci inseguono a lungo, perlustrano le aree e costringono a ripensare completamente l’approccio. Per fortuna, Styx compensa la sua fragilità con agilità e strumenti intelligenti. Oltre ai classici salti, doppi salti, corse sui muri e arrampicate, dispone di rampino e aliante, oltre a poteri legati al Quarzo [la nuova risorsa che sostituisce l’Ambra N.d.R.] come invisibilità e controllo mentale. L’approccio resta quindi tattico, verticale e creativo, perfettamente in linea con i migliori giochi stealth fantasy. Non tutto però scorre liscio. Una delle criticità più evidenti riguarda la telecamera. Negli spazi angusti [e ce ne sono molti N.d.R.] l’inquadratura tende a chiudersi troppo, nascondendo potenziali vie di fuga o appigli utili. Inoltre, per quanto le animazioni siano fluide e spettacolari, a volte risultano eccessivamente leggere, quasi prive di peso fisico, dando la sensazione che Styx sfidi la gravità con troppa facilità.
La vera svolta di Styx: Blades of Greed è però la struttura più aperta. Non siamo più davanti a un’esperienza rigidamente mission-based: il gioco introduce tre macro-aree esplorabili: The Wall, Turquoise Dawn e Akenash Ruins, sbloccabili durante la campagna e accessibili tramite viaggio rapido. L’inizio è guidato e lineare, ma progressivamente si apre a soluzioni più creative, man mano che ampliamo abilità e potenziamenti.
The Wall, la prima grande area, è una fortezza verticale costruita su una parete rocciosa, un vero e proprio labirinto progettato attorno alle capacità di Styx. Sporgenze, passaggi segreti, ombre strategiche e piattaforme sospese trasformano l’esplorazione in un puzzle tridimensionale. Il posizionamento dei nemici contribuisce a questa struttura quasi enigmistica. Le aree successive mantengono lo stesso livello di cura estetica, introducendo nuove tipologie di avversari e variando atmosfera e palette cromatica. Dal punto di vista narrativo, il gioco si inserisce nel classico immaginario dark fantasy: umani, elfi, orchi, goblin e nani popolano un mondo segnato da tensioni e conflitti. Styx, ovviamente, ha problemi con tutti, soprattutto perché controllano il Quarzo che lui desidera. La trama non rappresenta un punto di rottura rispetto ai capitoli precedenti: funziona meglio se consideriamo la trilogia come un unico grande arco narrativo. I nuovi giocatori farebbero bene a recuperare un riassunto, perché Styx: Blades of Greed riprende immediatamente gli eventi precedenti.
Sul piano artistico, il titolo brilla. Il level design è intricato e studiato nei dettagli, mentre l’art direction alterna le tonalità grigie e decadenti di The Wall ai colori più accesi di Turquoise Dawn. Gli ambienti appaiono vissuti, coerenti e raramente artificiali, anche se qualche oggetto collezionabile piazzato in modo poco credibile e qualche nemico “messo lì” per esigenze ludiche tradiscono la natura dell’esperienza. Il sound design, elemento cruciale in un gioco stealth, alterna momenti eccellenti ad altri meno riusciti. L’audio posizionale funziona spesso bene, aiutandoci a individuare le pattuglie, ma talvolta il mix risulta confuso. Ottimo invece il doppiaggio: Styx rimane irresistibilmente sboccato e sarcastico. La colonna sonora di H-Pi, ormai veterano della serie, è ricca, varia e sorprendentemente stratificata.
I limiti più evidenti emergono però sul piano tecnico. Screen tearing, pop-in e cali di frame rate si fanno notare, soprattutto nelle aree più complesse. Anche il sistema di controllo, pur supportando movimenti acrobatici spettacolari, talvolta restituisce una sensazione di imprecisione o leggera lentezza nelle risposte.
Nel complesso, Styx: Blades of Greed rappresenta un’evoluzione coerente per la serie. L’approccio open world valorizza le qualità stealth del protagonista, il level design è tra i migliori del franchise e le nuove abilità ampliano le possibilità tattiche. Non è un punto di ingresso ideale per i neofiti, ma per chi ama la serie o cerca uno stealth fantasy impegnativo e verticale, il ritorno del goblin verde resta un’esperienza solida e, nonostante qualche inciampo tecnico, decisamente meritevole di attenzione.
Il codice ci è stato fornito dal publisher per PS5.

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