

Nel mito classico dell’apocalisse zombie esistono due archetipi principali: i lenti e i veloci. I primi si trascinano con l’unico scopo di divorare carne e cervelli, mentre i secondi scattano furiosi verso di noi, spesso spinti da una rabbia virale inarrestabile. La serie Dying Light ha sempre unito entrambe le varianti, arricchendole con la formula che l’ha resa celebre: dopo il tramonto le strade si popolano di creature più rapide e letali, con i terrificanti Volatili che ci costringono alla fuga.
Questa tensione, ispirata al romanzo Io sono leggenda, è ancora il cuore pulsante di Dying Light: The Beast, una produzione che si colloca a metà tra espansione standalone e vero e proprio sequel. Nato inizialmente come DLC di Dying Light 2, il progetto si è evoluto fino a diventare un titolo indipendente, pur restando gratuito per chi possiede la Ultimate Edition del secondo capitolo. Il cambio d’ambientazione è netto. Se prima correvamo tra i grattacieli colorati di Villedor, ora ci troviamo immersi nella valle rurale di Castor Woods: boschi fitti, grotte oscure, fabbriche abbandonate e una cittadina che sembra sul punto di collassare. Non ci sono skyline infiniti, ma colline soleggiate, tetti di terracotta e montagne innevate che al tramonto restituiscono un fascino malinconico. Le condizioni atmosferiche dinamiche e i temporali improvvisi non solo arricchiscono la resa visiva, ma influenzano anche la guida dei veicoli. Già, perché in Dying Light: The Beast entra in gioco una novità: i pick-up del servizio forestale, che possiamo requisire e potenziare. All’inizio sono fragili e assetati di benzina, ma salendo di livello diventano strumenti indispensabili per spostarsi e soprattutto per travolgere orde di non morti. La guida non è eccezionale, ma riesce a spezzare i ritmi dell’esplorazione e rende meno pesanti i viaggi più lunghi.
La trama ruota attorno al ritorno di Kyle Crane, deciso a vendicarsi del Barone, villain che ha sperimentato su di lui iniettandogli DNA mutante. Proprio da qui nasce la novità principale: la Modalità Bestia. Riempendo una barra speciale con i nostri colpi, possiamo trasformarci temporaneamente in una forza inarrestabile, smembrando nemici e boss a mani nude. Per potenziare queste abilità dobbiamo dare la caccia alle Chimere, mutanti giganteschi che arricchiscono la varietà dei combattimenti. Accanto a questa inedita brutalità resta intatto il parkour, marchio di fabbrica della saga. Castor Woods non offre verticalità estrema come le città precedenti, ma i salti tra tetti, le scalate e i cavi sospesi permettono di muoverci agilmente e di mantenere alta la tensione quando la folla di infetti ci tallona. Non mancano però i difetti. Abbiamo incontrato diversi bug: indicatori che ci spingevano a spendere punti abilità inesistenti, vegetazione sospesa a mezz’aria, checkpoint frustranti e perfino crash che ci hanno costretto a riavviare il gioco. Inoltre, la mappa è più contenuta rispetto a Dying Light 2. Sarebbe un DLC generosissimo, ma come titolo a prezzo pieno rischia il confronto diretto con il predecessore, che offriva più contenuti. Nonostante ciò, il loop rimane avvincente. Il potenziamento di Kyle, la caccia alle Chimere, gli enigmi ambientali e la progressione verso lo scontro finale con il Barone costruiscono un crescendo che ci spinge ad andare avanti. Dopo qualche ora, quando il parkour diventa naturale e la Modalità Bestia si fonde con il combattimento corpo a corpo, ci si sente davvero potenti e immersi nell’azione.
Certo, Dying Light: The Beast mostra i limiti di un motore che già con Dying Light 2 appariva datato e avrebbe bisogno di una rinnovata spinta creativa. Tuttavia, tra atmosfere rurali, nuove meccaniche e un ritmo che alterna esplorazione, survival horror e pura furia brutale, resta un’esperienza che merita di essere vissuta da chi ama la saga e vuole affrontare l’apocalisse zombie da una prospettiva diversa.
Il codice ci è stato fornito per PS5 dal distributore.

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