Fist of the North Star: Lost Paradise – Recensione

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26 Agosto 2017. Il leggendario ex Yakuza Kazuma Kiryu, noto anche come il Dragone di Dojima, si trova ad affrontare un giovane sgherro criminale per le strade della peccaminosa Kamurocho. Nulla di nuovo per il quartiere a luci rosse di Tokyo, se non fosse che a un certo punto Kiryu colpisce con le dita la fronte dell’avversario, lo indica e pronuncia l’iconica frase “Omae Wa Mou Shindeiru”. Improvvisamente il criminale si trasforma in uno dei tanti malcapitati energumeni punk che hanno segnato l’infanzia di molti di noi, il quartiere di Kamurocho viene soppiantato dalle desertiche terre del post-apocalisse e soprattutto Kiryu non c’è più, sostituito da Kenshiro, “l’Uomo dalle Sette Stelle”, l’erede della devastante arte marziale dell’Hokuto Shinken.
Con questo folle trailer lo scorso anno SEGA ha annunciato Hokuto ga Gotoku, un ambizioso spin-off che unisce le meccaniche del gameplay sandbox e da beat’em up 3D di Yakuza al setting leggendario ideato dalla coppia Tetsuo Hara e Buronson.
Purtroppo Kenshiro non ha mai avuto troppa fortuna quando si parla di adattamenti videoludici (per non parlare di quelli cinematografici in live action N.d.R), sfornando titoli spesso sotto la media e che non riuscivano a rendere il feeling del manga originale.
Trovandosi di fronte una fanbase rigida e inamovibile come Raoh nel suo momento di gloria, sarà riuscito questo curioso crossover, localizzato in occidente con il titolo di Fist of the North Star: Lost Paradise, ad imporsi come miglior titolo dedicato al mondo di Kenshiro? Restate con noi e lo scoprirete.

Ken, sei tu fantastico guerriero!

La componente narrativa di Fist of the North Star: Lost Paradise è probabilmente uno dei punti che più di tutti dividerà la fanbase della saga originale. Se in passato abbiamo visto titoli che seguivano pedissequamente la storia del manga di Kenshiro, era noto che Lost Paradise avrebbe offerto un setting ed una storia originale, con una nuova location e nuovi personaggi. Quello che invece non tutti si aspettavano era che il titolo di SEGA sarebbe stato un quasi eretico ibrido tra i due, offrendo una trama originale che però si interseca con l’arco narrativo della prima parte del manga.
Ma partiamo dal principio. Per i pochissimi che non conoscessero la seminale opera di Tetsuo Hara e Buronson, Hokuto no Ken (da noi noto come Ken il Guerriero), essa narra le gesta epiche di Kenshiro, l’ultimo erede di un devastante stile di arti marziali noto come Hokuto Shinken, in grado di far esplodere gli avversari dall’interno grazie alla pressione di determinate aree del corpo umano note come Tsubo.
Ken, uomo dalla tempra morale incredibile, è una sorta di salvatore, un portatore di speranza in una terra post apocalittica ormai ridotta ad un deserto dalle guerre atomiche, dove bande di punk e criminali scorrazzano impunite opprimendo i più deboli.
Il titolo si apre all’incirca durante l’ottavo capitolo del Manga: Kenshiro si sta apprestando a raggiungere Shin, il suo rivale nonché rapitore della sua amata Yuria (e uomo artefice delle sette cicatrici a forma di costellazione dell’Orsa Maggiore sul petto di Ken) per il loro scontro finale nella città di Croce del Sud. La vittoria giunge però a caro prezzo: Ken riceve dall’ex-amico la notizia che l’amata è morta.
Devastato dalla scoperta ed in cerca di una ragione per vivere, Ken si dirige verso il deserto dove, dopo aver salvato un anziano e la sua giovane nipote da una banda di criminali, riesce a ritrovare un briciolo di speranza: dei seguaci di una donna chiamata Yuria sono stati visti dirigersi verso la misteriosa “Città dei Miracoli”.
Spinto da questa nuova speranza, Ken si dirige verso Eden, una città fortificata dove abbondano acqua ed elettricità grazie alla misteriosa cupola attorno alla quale la cittadina è costruita. Dopo qualche difficoltà, Ken verrà accolto nella comunità e si schiererà al fianco della sovrana della città, la algida Xsana, e al capo delle Guardia Cittadina Jagre per difendere l’insediamento dalla misteriosa Armata della Rovina, un esercito di banditi guidati da un uomo mascherato che possiede un’arte marziale addirittura più pericolosa dell’Hokuto Shinken, il tutto mentre continua la ricerca dell’amata Yuria.
Sulla carta la trama sembra quella di un potenzialmente interessante spinoff, ma già dalla prima boss fight contro il colossale Devil Rebirth, i fan storici della saga noteranno che qualcosa non va.
Durante i suoi 11 capitoli, Lost Paradise infatti inserirà nella storia, senza soluzione di continuità, i personaggi principali dell’arco narrativo del manga, offrendo un retelling degli eventi successivi al capitolo X della versione cartacea a dir poco blando.
Toki, Rei, Jagi, Souther, Raoh e altri volti noti dalla saga appariranno infatti più per fanservice che per altro, riempiendo interi capitoli di storie autoconclusive che non faranno altro che trascinare la stanca e breve trama del gioco verso il comunque interessante finale.
Se è vero che Lost Paradise offre dei capitoli finali abbastanza intriganti ed in piena linea con lo stile degli autori originali, i primi tre quarti del gioco saranno caratterizzati da blande storie autoconclusive dove si affronterà e sconfiggerà il “nemico” del capitolo e poi si proseguirà oltre senza più nominarlo.
Questa struttura narrativa, fatta di tempi morti e di fanservice, purtroppo ha il duplice effetto di far infuriare il fan storico della saga, che si vedrà personaggi importantissimi ridotti a semplici comparse, e di confondere coloro che non conoscono la serie poiché, al netto di alcune spiegazioni e flashback, potrebbero non capire al 100% i legami tra i personaggi e alcuni elementi caratteristici del mondo di Hara e Buronson.

Chi mai fermerà la follia,che per le strade va

Passando al gameplay vero e proprio, Fist of the North Star: Lost Paradise offre lo stesso feeling sandbox che da anni caratterizza la saga di Yakuza: quando non sarà impegnato in missione, Ken potrà esplorare liberamente la cittadina di Eden, vagando per i suoi quartieri e impegnandosi in decine di attività secondarie.
Vi saranno prima di tutto, come da tradizione, le side-stories, piccole storielle e quest legate a svariati personaggi ed attività. Spesso per proseguire (o per sbloccare) queste mini storie, sarà necessario dedicarsi agli svariati minigame che il titolo offre.
Qui dobbiamo tracciare una linea di demarcazione: alcune di queste attività saranno abbastanza “normali”, ad esempio Ken potrà guadgnare denaro dando la caccia a dei ciminali ricercati, aiutare la piccola Lyn scambiando risorse per il suo villaggio oppure affrontando i galeotti peggiori di Eden all’interno dell’Arena, mentre altre saranno totalmente fuori contesto per il personaggio, creando un effetto grottesco che in certi casi raggiunge e supera il limite del buon gusto, suscitando nel giocatore fan del brand tanto l’ilarità quanto l’arrabbiatura.
Se vedere Kenshiro giocare alla Roulette o a Blackjack nel Casinò è abbastanza strano, vederlo in Smoking a gestire un nightclub attraverso un minigame gestionale o nelle vesti di barman a creare cocktail speciali utilizzando le tecniche di Hokuto potrebbe sembrare esagerato per alcuni fan.
Per non parlare di quando, indossato il camice da dottore, curerà pazienti (e picchierà nemici) tramite un Rythm Game musicale. Il limite dell’assurdo lo tocca però il minigame di “baseball”, nel quale Ken, armato di una trave d’acciaio lunga circa due volte la sua altezza, dovrà fare degli Home Run colpendo in pieno viso dei punk motociclisti.
Se gli Yakuza riescono a mantenere un certo equilibrio nei suoi minigame, offrendo almeno una parvenza di serietà, Lost Paradise utilizza la stessa formula dell’originale ma virando su un umorismo demenziale che cozza incredibilmente con la serietà del personaggio ed il feeling della serie da cui è tratto. Ciò però non toglie che suddetti minigames siano parecchio divertenti e che riescano ad offrire ore di divertimento, oltre che a denaro, esperienza e anche nuove side-stories da scoprire e vivere
Essendo un titolo SEGA, non mancherà ovviamente una Sala Arcade dove sarà possibile giocare a vecchie perle immortali del gaming come Outrun, Space Harrier e Super Hang-On (si potrà addirittura recuperare un Sega MasterSystem giapponese e giocare l’originale titolo di Hokuto no Ken del 1986). I titoli arcade non saranno presenti sin dall’inizio ma anzi saranno delle reliquie da scovare nel deserto a bordo del 4×4 di Ken.
La grande novità che Lost Paradise introduce rispetto alla serie progenitrice è infatti la possibilità di uscire dai confini di Eden e di esplorare la landa deserta a bordo di un rapido mezzo di trasporto 4X4.
Ken non potrà scendere però scendere dal veicolo ed infatti rimanere a corto di carburante causerà un fastidioso Game Over.
Ma cosa potrà fare Ken in questa landa desolata oltre al recuperare antichi cabinati miracolosamente illesi dopo una guerra atomica? In realtà non molto, l’esplorazione del deserto, scandita da numerose stazioni di servizio, servirà principlamente a raggiungere le location dove si svolgeranno svariate sidequest e a raccogliere materiali per il crafting, tranquillamente individuabili tramite colonne di luce visibili a kilometri di distanza. Questi materiali serviranno sia per essere barattati nei negozi in cambio di oggetti curativi o nuovi equipaggiamenti difensivi, sia per forgiare svariati miglioramenti per l’auto.
Creare nuovi pneumatici, motori e freni non migliorerà certo un modello di guida quasi delirante, ma permetterà di ottenere degli svariati vantaggi nel minigame delle corse automobilistiche, uno dei più divertenti dell’intero pacchetto.
Se l’aspetto narrativo, da sempre curato negli Yakuza, in questo Lost Paradise viene meno, l’aspetto più ludico, legato alle decine di attività da fare è invece forte e pulsante, ricco di passatempi divertenti che vi potranno tenere impegnati per ore. In fonda anche vagare in una landa desolata schivando le auto dei punk cattivi mentre si raccolgono materiali, ascoltando un best off della colonna sonora di OutRun e Binary Domani ha il suo fascino.

Ken, sei tu, col pugno tuo più forte

Che si passeggi per Eden o si corra a perdifiato nel deserto, non sarà difficile incrociare la strada di numerosi energumeni punk, che prenderanno sempre la decisione più sbagliata di tutte: attaccare Ken.
I combattimenti di Fist of the North Star: Lost Paradise, che si svolgeranno in arene chiuse da campanelli di passanti, saranno l’altro punto in comune con la saga di Yakuza, riprendendone a pieno le meccaniche da beat em’up ma con un gustoso twist al sapore di Tsubo e Hokuto.
Ken disporrà di attacchi leggeri, utilizzabili con il Tasto Quadrato, ed attacchi pesanti, legati al Tasto Triangolo, che potranno essere uniti tra loro in svariate combo, proprio come in Yakuza. Mettersi in guardia, schivare e bloccare funzioneranno anch’esse allo stesso modo del titolo originale, creando una familiarità, pad alla mano, che i fan di Yakuza non potranno non riconoscere.
A questo punto entreranno in gioco le arti Hokuto di Ken: dopo aver indebolito gli avversari con gli attacchi normali, Kenshiro potrà colpire i loro punti di pressione sfruttando il Tasto Cerchio, lasciando il nemico in uno stato di shock. Premendo nuovamente il tasto cerchio, a seconda della posizione nella quale si è paralizzato il nemico o se lo Tsubo è stato premuto durante una combo, Ken utilizzerà una tra le varie tecniche di Hokuto a sua disposizione per far esplodere l’avversario in un tripudio di sangue. Ciascuna tecnica sarà accompagnata da un’animazione unica e del nome dell’attacco urlato da Ken e inciso sullo schermo da caratteri cubitali. Per quanto divertenti, queste cutscenes potrebbero annoiare, specialmente quando ci ritroveremo a vedere la stessa animazione e la frase “tu sei già morto” per circa 4 volte a scontro
Proseguendo nell’avventura, Ken otterrà la possibilità, tramite un rapido Quick Time Event, di far esplodere un nemico colpendo direttamente il suo Tsubo. Questa mossa, oltre a rendere gli scontri un pochetto più tesi e divertenti, premierà il giocatore con un Urlo di Morte: il malcapitato infatti urlerà una tra una ventina di possibili ingiurie prima di esplodere, ingiurie che a quanto pare Ken adora collezionare nella “Deathcry’s Collection”, sicuramente una delle raccolte di collezionabili più bislacca mai vista in un videogame recente. Se sarete fortunati i nemici potranno urlare l’iconico grido “Hidebu!”, la cui onomatopea per magia si tramuterà in un’arma che Ken, in puro stile Deadpool, potra utilizzare per far piazza pulita degli avversari.
Dai più recenti Yakuza tornerà inoltre l’Ultimate Heat Mode, opportunamente rinominata: una volta subiti o inflitti abbastanza danni, Ken potrà entrare in uno stato potenziato (con tanto di distruzione della maglietta) che aumenterà a dismisura la sua forza d’attacco e la sua difesa.
L’ultima novità che offre il Combat System di Fist of the North Star: Lost Paradise rispetto a quello di Yakuza 6 sono i Talismani del Destino.
Ogni talismano, assegnabile alle quattro direzioni del D-pad, permetterà al giocatore di utilizzare mosse speciali ispirate agli svariati personaggi incontrati da Ken (Quello di Lyn permetterà a Ken di tornare in vita dal KO una volta, quello di Rei permetterà di utilizzare attacchi bastati sulle tecniche di Nanto e via dicendo). Questi talismani potranno essere acquistati e potenziati tramite gli oggetti ottenibili dal deserto in una particolare location di Eden ma dopo essere stati utilizzati necessiteranno di un lungo periodo di cooldown.
Il titolo sarà costellato da Boss fight, battaglie purtroppo meno epiche di quello che ci si aspetta, essendo spesso dei normali scontri costellati da numerosi QTE.
Come si può evincere da quello che è stato scritto poch’anzi, Lost Paradise offre un Combat System poco vario, ispirato agli ultimi Yakuza e quindi privo degli stili intercambiabili dei primi capitoli della serie.
L’armamentario di Ken potrà essere ampliato salendo di livello e spendendo i Punti Abilità nei 4 rami di abilità disponibili: quello Blu dedicato all’Indicatore delle Sette Stelle e dunque alla modalità Burst, quello Verde legato all’ottenimento di nuove mosse speciali, tra le quali pratici e divertenti contro-attacchi, quello Rosso dedicato alle statistiche più dirette come forza d’attacco e barra vitale ed infine quello Bianco, dedicato a svariate abilità da utilizzare durante il free roaming e al potenziamento dei Talismani.
I Punti Abilità saranno divisi in 5 categorie: Star Orb, Mind Orb, Skill Orb, Body Orb e Shining Orb. Solo i primi, quelli più comuni, potranno essere ottenuti con iI level up mentre gli altri 4, necessari per ottenere le abilità più potenti di ciascun ramo, potranno essere ottenuti solo proseguendo nella trama ed affrontando i minigames, legando dunque in maniera intelligente il perfezionamento di Ken al completamente di tutto ciò che il gioco offre.

E gli avvoltoi sulle case sopra la città, senza pietà

Ed eccoci giunti ad un punto veramente dolente della produzione del Ryu no Gotoku Studio di SEGA. Se gli ultimi Yakuza sono stati graziati da un motore grafico all’avanguardia e da una cura al dettaglio grafico elevatissima, questo Fist of the North Star Lost: Paradise pare quasi un titolo PS3 piuttosto che un titolo del 2018.
Se i modelli dei personaggi si salvano grazie ad un buon cel shading che rende alla perfezione le sproporzionate forme ed estetiche del manga (dimenticatevi quindi i capelli cangianti di Yuria o la pelle scura di Raoh, qui si resta fedeli ad disegni originali), le ambientazioni sono un disastro. Certo in un mondo post atomico non ci si può aspettare la bellezza estetica della Kamurocho di Yakuza e, anzi, da questo punto di vista Eden è comunque una location abbastanza caratteristica per quanto piccola e monocromatica, mentre per quanto riguarda il mondo fuori dalla città ci si trova di fronte ad una mappa vuota e desolante, che addirittura potrebbe far tornare in mente i tempi dei primi esperimenti del genere open world su PlayStation 2 .
Se aggiungiamo al quadro un framerate pigramente ancorato ai 30 Fps, è chiaro come questo Lost Paradise sia stato più che altro un’esperimento low-budget per SEGA, per valutare se è possibile espandere le meccaniche di Yakuza ad altri franchise popolari, forse seguendo la strada tracciata da Koei Tecmo e dai suoi svariati Musou su licenza.
Se l’aspetto grafico e tecnico di Lost Paradise delude, dal punto di vista audio riesce ad eccellere sia nel comparto musicale che in quello del doppiaggio.
SEGA riesce con classe a combinare possenti chitarre metal nei brani originali a musiche storiche dei brand SEGA più famosi, che potremo utilizzare come sfondo nelle nostre scorrazzate nel deserto. E sono certo che sarà veramente difficile togliervi dalla testa la rivisitazione Heavy Metal di Receive You, tema principale dei primo Yakuza.
Dal punto di vista del doppiaggio, SEGA si gioca la sua carta migliore riproponendo gli eccelsi doppiatori di Yakuza negli inediti panni dei personaggi della saga di Hara/Buronson, primo tra tutti il doppiatore di Kiryu, Takaya Kuroda, che interpreterà proprio il protagonista Kenshiro.
Con un cast di tale livello, il doppiaggio inglese pare sicuramente accessorio, ma considerando che è il primo titolo della saga di Yakuza a venire doppiato dai tempi del primo episodio per PlayStation 2, è un’aggiunta piuttosto gradita.
Assente, come da tradizione ormai, l’adattamento in lingua italiana, ma il titolo offre poche linee di dialogo e narrate in un inglese semplice e scolastico. Qualche difficoltà in più potrebbe trovarla chi ha in mente solo l’adattamento italiano dell’anime di Kenshiro, visto che Lost Paradise utilizza i nomi di personaggi e tecniche della versione originale giapponese, ma nulla di troppo grave.

Stella dell’Orsa Maggiore,stella su di noi, Guerriero Vai!

Fist of the North Star: Lost Paradise è un titolo che prova coraggiosamente ad unire due mondi tanto diversi quanto idealmente simili (Il Ken di Hara e Buronson è stata proprio una delle maggiori ispirazioni per la creazione di Kazuma Kiryu N.d.R) ma che fallisce nel tentativo di miscelare bene le due realtà, ottenendo un titolo che sicuramente infastidirà i fan storici del brand per via di terribili incongruenze narrative con il materiale originale e che farà storcere il naso anche ai meno fissati per via di una narrativa intrigante ma dal ritmo scostante e da certe idee di gameplay totalmente fuori contesto in un setting serioso come quello del mondo post apocalittico di Kenshiro.
Se però Lost Paradise viene affrontato senza prenderlo sul serio, come un semplice spinoff di Yakuza con protagonista Ken, uno spinoff che ondeggia tra il serio ed il faceto, in questo caso il titolo si rivela essere un degno figlio della saga da cui è tratto: longevo, ricco di attività interessanti e che saprà regalare ore di divertimento a chi riuscirà ad andare oltre a valori di produzione piuttosto bassi, che hanno portato ad un risultato grafico e tecnico decisamente fuori tempo massimo per questa generazione.
Sicuramente i fan di Yakuza potranno apprezzare questa svolta della loro saga preferita, anche se con alcune limitazioni rispetto agli ultimi due capitoli usciti, mentre i fan del brand di Kenshiro dovranno adattarsi ad un’interpretazione molto libera del materiale originale. Per coloro che non amano né un brand, né l’altro ma che cercano un’action/adventure divertente dove far esplodere la testa a energumeni punk a ritmo di Heavy Metal, Fist of the North Star: Lost Paradise è un titolo da tenere d’occhio.

Good

  • Trama originale interessante...
  • Tante attività da affrontare...
  • Combat System divertente…
  • Si può guidare, personalizzare e gareggiare sul proprio mezzo a quattro ruote...
  • Doppiaggio originale meraviglioso
  • Buona colonna sonora, con alcuni classici del passato di SEGA
  • Gli storici titoli del passato arcade di SEGA fanno sempre la loro figura

Bad

  • … ma che prosegue a ritmo altalenante
  • … ma alcune presentano esagerazioni che cozzano con la serietà del mondo di gioco
  • … ma poco vario e ripetitivo
  • … ma lo si fa in un Open World spoglio e vuoto
  • Fanservice esagerato, troppo personaggi storici che appaiono in maniera forzata nella trama del gioco
  • Realizzazione tecnica da titolo PlayStation 3
7.2

"PRETTY GOOD"

Dopo anni passati ad elemosinare Game Boy/Megadrive/Snes da parenti ed amici, la mia vita è cominciata ufficialmente nel 1997 quando mi fu regalata la mia prima PlayStation. Tutto sembrava andare bene, giocavo a giochi abbastanza normali come Spyro, Crash o Tomb Raider ma, ahimè, un giorno da mio zio vidi un curioso videogioco, con personaggi strambi e un gameplay stranamente magnetico. Quel gioco era Final Fantasy VII e fu l'inizio della mia grave malattia ossessivo-compulsiva verso quel magico e colorato universo chiamato JRPG! Nel tempo libero ascolto la musica di Satana, l'Heavy Metal e combatto una coraggiosa battaglia contro il tempo e la genetica per mantenere viva la mia forte chioma. Per ora sto vincendo.

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